La grande lezione dello sport paralimpico

La strada verso la totale inclusione dei disabili nel tessuto sociale italiano non è proprio agli inizi, ma di certo ci sono ancora tanti chilometri da percorrere.

Non è solo un problema di risorse, né si può dire che manchino uomini e donne di buona volontà.

La questione – come ha detto il presidente del CIP Luca Pancalli – è innanzitutto culturale. Ma ne parleremo più avanti.
Perché l’aspetto che merita di essere evidenziato in apertura è che, fino ad oggi, gli ambienti universitari erano rimasti abbastanza estranei alla tematica “sport e disabilità”, o perlomeno l’argomento non era mai stato preso così sul serio come ha fatto, lodevolmente, l’Università Roma Tre.

E’ bastato ascoltare gli interventi della prof.ssa Lucia Chiappetta Cajola, pro-rettore dell’Ateneo con delega agli studenti con disabilità, e il prof. Carlo Colapietro, del Dipartimento Giurisprudenza Roma Tre, per rendersi conto che c’è un interesse autentico e una grande cognizione di causa da parte della terza Università di Roma.

“Una strada tracciata non da oggi – ha detto il prof. Colapietro, che deve portare a una uguaglianza sostanziale. L’inclusione è una bandiera da portare avanti.”

L’esperienza di Giacomo Perini – studente di Roma Tre e grande canottiere paralimpico – ci fa capire che, per raggiungere questa uguaglianza, i disabili non devono sempre e comunque aspettare l’aiuto degli altri, ma darsi da fare in proprio.

E’ sorprendente sentirgli dire che il periodo più bello della sua vita è stato quello della maggiore sofferenza, dal tumore diagnosticato all’amputazione della gamba. Ed è stato ancor più sorprendente sentir dire la stessa cosa da Luca Pancalli, che è diventato paraplegico a 17 anni adendo da cavallo: “Lo sport ti stimola a pensare a quello che ti è rimasto, non a quello che hai perso”. E, come loro, la pensano tanti altri atleti paralimpici.

Ma allora, questa non è magia? No, è lo Sport! “Il limite è una concezione mentale, in realtà non esiste”, dice Giacomo. E ancora: “le cose più entusiasmanti sono le cadute, perché ti aiutano a capire chi sei, dove vuoi attivare.”

Tutto questo basterebbe per dire che i disabili che sono nelle condizioni di farlo, dovrebbero fare sport. E per convincere i loro familiari a non restare chiusi nelle mura amiche.

Attenzione, però, a non lasciarsi prendere dal gusto delle etichette ad effetto. Pancalli: “Non dobbiamo più parlare di sport, bensì di politiche sportive. Questo è il salto culturale che deve essere fatto. Cosa significa? Che lo sport deve essere inteso al di là dei risultati, dei campi di gara e dei tecnicismo, diventando mezzo per investire sul capitale umano e diffondere la cultura dell’inclusione; strumento di identità personale e nazionale, di benessere e di cultura. Il movimento paralimpico vuole affermarsi come un pezzo di welfare del Paese.”

Insomma, per il CIP vincere medaglie e conquistare trofei è una bella cosa, però è forse meno importante di tenere alte sotto i riflettori le tematiche che restano sottotraccia: la mancanza di pari opportunità, le difficoltà di quei disabili che non sono indipendenti e autosufficienti.
“Non cerchiamo il confronto coi normodotati – è sempre il pensiero di Pancalli – ma essere esempio di buona prassi. E vogliamo contagiare virtuosamente gli enti pubblici, Università comprese, e così creare alleanze strategiche per fare cose importanti.”

Ultima annotazione del Presidente: portare i disabili nello sport, vuol dire coinvolgerli in una attività che fa bene e che si svolge in luoghi sorridenti; dare lo stimolo al mondo dello sport di migliorare la qualità dei servizi; persino abbattere il costo del Servizio Sanitario Nazionale! E si perché tutto quel che si spende in terapie e medicinali, potrebbe essere notevolmente ridotto attraverso una costante pratica sportiva.

Allora, perché tutto questo non si fa? “Perché non c’è una cultura politico-sportiva, ma solo una semplice declinazione dello sport.”

Chi ne sa parecchio di quanto sia benefico lo sport per i disabili è il prof. Antonino Salvia, direttore sanitario della Fondazione Santa Lucia, istituto che sin dalla sua nascita ha avuto una spiccata sensibilità sportiva. Nel suo intervento ci ha raccontato la storia e le storie, dell’istituto e degli atleti che sono cresciuti al suo interno; il connubio fra l’attività di cura e quella di ricerca; la grande attenzione recentemente prestata all’universo pediatrico, e, naturalmente, dei tanti successi sportivi ottenuti dal Santa Lucia.

Con grande orgoglio, ha dichiarato: “prima erano i disabili che guardavano gli altri fare sport, ora sono gli altri che guardano loro, ricevendo una grande lezione di vita: non abbattersi mai”.

Ma allora, tutto questo non è un sogno? No, è la solida realtà di quelli che non sono normalmente dotati, perché, a ben vedere, lo sono molto più degli altri!
 

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Pubblicata il: 8/5/2018